IL CONCERTO DI MARCEL KHALIFE A PAVIA, ITALIA
Di Maya Moratti

Culture a confronto e emozioni irripetibili

Di Maya Moratti

Incontro Marcel Khalife per la prima volta davanti all’ingresso principale dell’Università di Pavia, luogo tradizionale per gli appuntamenti dei pavesi. Dopo una vigorosa stretta di mano confessa di essere affamato e fa una battuta spiritosa sul cibo delle compagnie aeree. Insomma, un incontro da subito molto informale, Marcel Khalife, nonostante sia una leggenda, non è certo un uomo che tiene le distanze e risulta simpatico a prima vista. Dopo una cena veloce, insieme ad altri ospiti arrivati a Pavia per la rassegna dedicata al cinema e alla cultura palestinese, eccolo seduto fra il pubblico nel castello visconteo (altro luogo familiare a chi abita a Pavia) a vedere "Lettere dalla Palestina", film italiano sulla situazione del popolo palestinese. È una coincidenza non voluta che il film si concluda proprio con la musica e la voce di Marcel Khalife e mi sembra quasi surreale prendere il microfono per annunciare al pubblico, italiano e arabo, che quella voce è seduta fra oro, che Marcel Khalife è con noi a Pavia.

Questo è il primo ricordo che ho dei tre giorni che il cantautore ha passato a Pavia il mese scorso in occasione del suo concerto del 31 maggio2003. Marcel Khalife e il suo oud, insieme a Peter Herbert e il suo contrabbasso, ci hanno offerto un concerto raffinato, in cui la musica classica araba si è fusa con la tradizione melodica occidentale. Mi hanno chiesto di scrivere qualche riga a commento di quest’unica data italiana di Marcel Khalife. Non scriverò di musica, lascio che lo faccia chi ne ha la competenza. Vorrei invece fare alcune considerazioni, del tutto personali, sull’impressione che mi sono fatta della persona, sul valore della musica come strumento non solo culturale e sopra tutto vorrei raccontare della serata del concerto.

È stata una serata molto speciale. Credo che molti la ricorderanno con grande emozione.

Pavia è una piccola e tranquilla città della provincia italiana, si estende fra le risaie e i piedi delle colline, ed è animata dal passaggio degli studenti universitari provenienti da tutta Italia ed arricchita, come molte città italiane, dalla presenza di alcune comunità di immigrati, fra cui una piccola comunità araba.

Prima del concerto di Marcel non si erano mai visti arrivare in città autobus carichi di arabi provenienti da altre città italiane (e dalla Svizzera) pronti a mischiarsi alle comunità locali per ascoltare un concerto.

Gli etnomusicologi sottolineano come anche la sfera musicale sia soggetta a una caratterizzazione secondo le categorie di gender, classe, età, ecc.Al concerto di Marcel Khalife però c’erano tutti: libanesi, maghrebini, egiziani, palestinesi (e naturalmente italiani). C’erano uomini, donne e bambini di tutte le età: i cinquantenni che vivono in Italia da moltissimi anni e gli studenti mediorientali del primo anno di università, le famiglie con i bambini piccoli e i ragazzi della così detta seconda generazione. C’erano i rappresentanti del consolato e i lavoratori in cerca di fortuna in terre lontane. C’erano le famiglie interamente arabe e quelle miste, dove un componente della famiglia spiegava agli altri il senso di una canzone o raccontava un episodio della propria vita, associandolo alla musica di Marcel Khalife. C’era la stampa locale e quella del mondo arabo, perfetto esempio della cosi detta dimensione "glocal", c’erano studiosi che scrivono la propria ricerca su questo cantautore leggendario e novelli musicisti che vedono in Marcel il loro maestro e si sono fatti autografare il proprio oud.

Al di là dei numeri della massiccia presenza della comunità araba, dato non scontato in una Italia non ancora abituata alle manifestazioni collettive e ai momenti comunitari degli immigrati, vorrei mettere l’accento su una sensazione che mi ha accompagnato durante tutta la serata: il concerto ha creato una specie di momento magico, una zona protetta in cui tutti hanno potuto sentirsi a casa, è stato occasione per esprimere gioia e gratitudine per il riconoscimento di una cultura, quella araba, spesso svilita e banalizzata. La musica ha permesso l’esprimersi di una identità e l’orgoglio per una appartenenza culturale; attraverso la musica si è venuta definendo, nel corso della serata, una comunità certo eterogenea ma unita da un senso comune di identificazione, di solidarietà e di condivisione di un destino. Una comunità gioiosa, divertita, rilassata, trascinata da una musica che sa essere al contempo popolare, sofisticata e poetica.

Il concerto è stato un crescendo. Durante la prima parte strumentale, "suite" intitolata Taqasim, si percepiva la grande emozione del pubblico, quasi incredulo di fronte alla presenza di Marcel Khalife in carne e ossa (molti mi hanno confessato che fino all’ultimo, nonostante i manifesti in città, non hanno creduto possibile la venuta del loro cantautore preferito), e quando Marcel, nella seconda parte del concerto, ha cominciato a cantare, il pubblico ha levato un alto coro e si è levato in piedi. Marcel ha dimostrato una grande capacità di negoziare le modalità con cui unirsi al suo canto. Ogni membro dell’audience è diventato "performer", le voci si sono unite sotto la direzione del maestro e il clima si è fatto commosso.

E non poteva essere diversamente di fronte al canto dei versi del poeta Mahmud Darwish "Rita":

"Ho baciato Rita / quando era bambina. / E ricordo come si stringeva a me / E come copriva il mio braccio con le sue belle trecce. […] Fra Rita e i miei occhi, un fucile "

Poi Marcel ha cantato "Ummi" (Madre)

"Ho nostalgia del pane di mia madre / del caffè di mia madre / della carezza di mia madre. / E cresce in me il ricordo dell’infanzia / giorno dopo giorno. / Amo la mia vita / perché se muoio / mi sento mortificato per le lacrime di mia madre"

È il canto di una appartenenza, a una famiglia, a una terra, a una cultura. Credo però che questa canzone sia più della poesia che Mahmud Darwish ha dedicato alla terra di Palestina, è anche un canto di Khalife alla propria madre, un debito di riconoscenza per la persona che ha riconosciuto precocemente il suo talento musicale e lo ha sostenuto e incoraggiato a diventare musicista.

Poi è la volta di "Ana amshi" (Io cammino):

"In posizione eretta cammino / con la fronte alta cammino. / In mano un ramo d’ulivo / e sulla spalla la mia bara. / E cammino"

E mentre ascoltavo la canzone e sentivo l’emozione intorno a me farsi palpabile, sorridevo ricordando che quella stessa mattina Marcel si era presentato alle prove, dopo aver percorso a piedi la distanza di sei, sette chilometri che lo separava dal luogo del concerto, fra le risaie e la campagna, sotto il caldo sole italiano. Immagine buffa per una star internazionale!

Marcel intonava poi "Ala-l-hudud" (Al confine):

" Mi hanno fermato al confine / vogliono il mio documento. / Ho risposto: È a Giaffa, / lo ha nascosto mia nonna. […] Nonna mia / che sei nascosta non so dove e in quale casa / nascondi il mio documento / nascondilo in qualche parete"

Il tema del confine fa riflettere in tempi di "Road Map" e di muri innalzati. La musica di Marcel Khalife ribadisce un impegno contro la violenza e l’oppressione e la necessità della pace e mobilita pensieri, sentimenti e senso di comunanza. Molti, dopo il concerto, sono venuti a ringraziare organizzatori e rappresentanti della municipalità pavese per l’iniziativa, per il coraggio di appoggiare una causa difficile come quella palestinese e per aver dato uno spazio alla cultura araba e alla sua musica. Credo che questo sia stato un grande risultato che comunica anche, a mio parere, il grande bisogno di uno spazio espressivo per gli arabi, all’interno della società italiana, ma dimostra sopra tutto che non c’è spazio solo, come i media vogliono farci credere, per le rivendicazioni militanti estremiste ma anche per altre voci. Tutto ciò rafforza la mia convinzione che la cultura possa e debba dare un contributo fondamentale alla lotta per i diritti e per un mondo meno ingiusto.

Il concerto di Khalife, insomma, impone anche un’altra riflessione, quella intorno alle relazioni fra mondo occidentale e mondo arabo, oggi particolarmente difficili e tese. Nel contesto del movimento di popoli, tecnologie, finanze, il "dislocarsi" della musica in un contesto culturale diverso da quello originario è un prezioso strumento per il dialogo inter-culturale. Mi rafforza in questa convinzione anche la risposta venuta dal pubblico italiano presente al concerto. Si percepiva da parte di questo pubblico un sentimento di sorpresa e di curiosità: per una sonorità orientale e per uno strumento -l’oud- sconosciuti ai più, per la imprevista grande passione e affetto del pubblico arabo verso Marcel, per una cultura e un mondo, quello mediorientale, ignoti alla maggior parte del pubblico autoctono ma che ha suscitato un fecondo interesse. Molti, dopo il concerto, mi hanno chiesto non solo della musica di Marcel e dell’oud, ma anche della lingua araba, della poesia di Darwish,della letteratura, ecc. Per una sera, l’ "arabo" ha smesso di essere il "nemico", il "terrorista", il soggetto fonte di paure e di diffidenza.

Marcel Khalife, con la sua musica, ha portato un importante messaggio di fratellanza e pacifica convivenza fra i popoli e il pubblico, in particolare quello palestinese, non ha mancato di ringraziarlo per questo. La gente ha risposto con grande calore e Marcel Khalife sa certamente trattare il suo pubblico e attirarsi la simpatia di chi ancora non lo conosce. Nonostante sia molto attento a proporre un prodotto culturale elegante e elevato e sia pignolo nel curare i più piccoli particolari che riguardano il suo lavoro, il giorno del concerto ha trovato il tempo per rispondere alle domande di tutti i giornalisti, per scattare foto di gruppo con famiglie, per autografare uno ad uno i suoi CD, per stringere la mano a centinaia di persone. Fra le prove e la "passeggiata" in campagna, ha trovato anche l’energia per raccontare qualcosa di sé, narrando della sua famiglia, ricordando i difficili momenti durante la guerra civile libanese, parlando con orgoglio di padre dei due giovani figli, non trascurando di chiedere all’interlocutrice della sua vita e dei suoi pensieri. Insomma, una persona sensibile, curiosa, disponibile, che fa ancora con grande passione il lavoro di una vita.

mayamoratti@libero.it
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